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Che cos'è l'autostima.

È il senso soggettivo del proprio valore, ovvero la struttura di convinzioni che noi abbiamo in relazione a noi stessi.

Ognuno di noi possiede una stima del proprio valore in termini di capacità, simpatia, cultura, intelligenza e capacità relazionali. L'insieme di queste autovalutazioni costituisce l'autostima.
Ma quali sono i parametri attraverso i quali ci autovalutiamo? Quali sono cioé le dimensioni critiche su cui si fonda il valore personale?
Molte ricerche hanno dimostrato che l'autostima è fondamentalmente basata su criteri oggettivi, su parametri sociali molto conosciuti. In particolare, una persona stimabile di solito possiede queste caratteristiche:

Inoltre, l'autostima sembra sia influenzata anche da variabili soggettive, ovvero da parametri che ognuno di noi ritiene particolarmente importanti come l'intelligenza, la generosità, l'eleganza, la cultura, la simpatia, la bellezza, il senso dell'umorismo.

Generalmente il parametro soggettivo è il primo a essere notato in una relazione sociale. Se volete sapere su cosa si basa la vostra autostima provate a rispondere a questa domanda: "Quando conosco una persona e la incontro per la prima volta, qual è la caratteristica che noto per prima?"
"Cosa mi piace negli altri d'acchito?"

Immaginate di partecipare a una cena di lavoro dove vi viene presentata una futura nuova collega: tornate a casa, vi rilassate, vi sedete sul divano e dite a voi stessi qualcosa del tipo "ecco, mi piace, è una persona umile e determinata".
Ecco avete scoperto quali sono le variabili soggettive su cui si basa la vostra autostima, l'umiltà e la determinazione. Non sono solo cioè le principali caratteristiche con cui voi valutate gli altri ma anche quelle con cui valutate voi stessi.
La vostra autostima sarà così più alta se vi attribuirete queste caratteristiche o meno.

La valutazione del nostro valore può essere distorta da due modalità di ragionamento patologico dette bias. I bias sono errori sistematici nella modalità di pensiero che portano a una distorsione costante dei dati di realtà.
Il bias narcisistico: la persona tende a viversi come superiore agli altri, pensa di possedere caratteristiche uniche e interpreta ogni evento con questa chiave di lettura autoreferenziale e ripetitiva. Anche di fronte a clamorosi insuccessi, la persona tende ad attribuire alle contingenze o alla sfortuna l'esito negativo.
Il bias di inferiorità: la persona tende a vedere gli altri come superiori a sè, più intelligenti, più capaci e più belli. Se succede qualcosa di negativo si sente immediatamente in colpa, e la sua vita è una continua recriminazione contro sè stesso e contro le proprie azioni. In questo caso se ottiene dei successi tenderà a percepirli come frutto delle contingenze e della fortuna.

La gran parte degli individui si colloca in una dimensione intermedia tra questi due punti estremi che fortunatamente rappresentano solo una minima parte della popolazione.

Da cosa dipende il senso di autostima?
L'autostima dipende essenzialmente dall'immagine che ci siamo costruiti di noi stessi nei primi anni di vita. Questa immagine deriva fondamentalmente da quella che i nostri genitori avevano di noi. Se i nostri genitori ci hanno restituito un'immagine positiva, come di una creatura capace e degna di amore, noi avremo incamerato una buona autostima. Se invece ci hanno rimandato un'immagine negativa, di persone poco interessanti e creanti più che altro problemi, il rischio è che questa immagine venga fatta propria dal bambino che in età adulta si sentirà di valere poco e di essere fondamentalmente un peso per la comunità e per gli altri. Secondo Bowlby, in particolare, uno dei compiti fondamentali della madre è trasmettere al piccolo il senso della cosiddetta "fiducia di base" ovvero il sentimento di fondo che fa dire alle persone che le cose andranno bene e che sono in grado di affrontare le difficoltà della vita. La fiducia di base si costruisce tramite una messa alla prova delle capacità del piccolo e di costanti feedback positivi che egli ricava dalle proprie azioni. Continuando nello sperimentare la propria efficacia nella vita il cucciolo d'uomo, ma anche quello di altre specie, si rafforza nella convinzione di poter sopravvivere da solo nell'ambiente e di poter affrontare i pericoli e le avversità. Se invece questa fiducia non si struttura bene, o completamente, il piccolo sarà timoroso, insicuro e in ansia di fronte ai diversi compiti e sfide che la vita gli pone: questa è la base della disistima.

Come si affronta la dispercezione della propria autostima? I due bias descritti prima non rientrano in questo campo, sono due condizioni limite per fortuna rare che comportano una grave e sistematica distorsione della realtà.
Più genericamente, le persone possono soffrire di una tendenza a percepirsi come inadatti e incompetenti, e questa è la bassa autostima. Come si può intervenire?

Le scuole cognitivo comportamentali hanno messo a punto diverse tecniche per il rinforzo dell'autostima, ecco le principali.

Il tema dell'autostima è molto ampio e dibattuto. Questo articolo è solo uno stimolo alla riflessione e all'approfondimento.
In particolare sono molto interessanti e le opere e gli esperimenti di Albert Bandura, in particolare sul senso di autoefficacia, e quella di Albert Ellis sulla contestazione delle idee disfunzionali.

(en 12-dic-16)

Qui sotto il link per scaricare la registrazione della conferenza dal titolo "Implicazioni psicologiche nell'ipovisione, approcci e strategie", intervento all'interno del seminario "Ipovisione e riabilitazione, a confronto con l'oculista". Il seminario, organizzato da UICI Lombardia e da APRI si è tenuto a Milano presso la sede UICI di Via Mozart il 18 gennaio 2014 e ha visto la partecipazione, oltre che dei presidenti regionali UICI e APRI anche di esperti della riabilitazione visiva e oculisti. Il mio intervento è centrato sulle tematiche psicologiche ha analizzato i periodi emotivamente più critici, le principali preoccupazioni rispetto alla salute e all'autonomia e anche il famoso complesso di inferiorità che affligge molti disabili e che li tiene lontani da un'accettazione profonda della propria condizione.

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